Costi e pericoli di una Libia fuori controllo: perché dobbiamo intervenire

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di Claudio Bertolotti*

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L’offensiva jihadista che sta infiammando il Vicino e Medio Oriente e l’area del Mediterraneo mette in pericolo l’Italia e l’Europa.

La Libia è un interesse strategico nazionale di vitale importanza.
Ma il governo italiano, di là dalle parole, si è interessato poco alla questione nei due anni e mezzo che sono trascorsi dalla destituzione di Gheddafi: una grave mancanza.
Un po’ di numeri.
L’Italia importa il 50% del proprio fabbisogno energetico. Prima della caduta del regime di Gheddafi importava dalla Libia il 25% del petrolio e il 20% del gas complessivamente acquistato dall’estero.
Oggi le percentuali sono scese rispettivamente allo 0% e allo 0%: un danno concreto che deve preoccupare.
Altra questione: i flussi migratori.
Circa il 90% dell’eccezionale e preoccupante migrazione di massa verso l’Italia parte dalle coste libiche, alimentando il florido mercato criminale del traffico di esseri umani che ha appena raggiunto la straordinaria cifra di 100.000 immigrati sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno (1.000 i morti accertati durante il tentativo di traversata, ma il numero potrebbe essere superiore).

E al fenomeno migratorio si aggiunge la concreta minaccia del terrorismo jihadista, che l’immigrazione di massa potrebbe agevolare. L’emirato islamico in Iraq, in Siria, in Afghanistan, e ancora gli sviluppi fondamentalisti nel continente africano, sono alcuni dei pericolosi fenomeni fuori controllo che possono minacciare l’Europa (e questa volta non in termini economici).
A questi si è aggiunto, più recentemente, l’emirato islamico di Bengasi: un’altra minaccia diretta e concreta per l’Europa, e per l’Italia in particolare (e la propaganda jihadista effettuata nelle moschee italiane ed europee non è che uno dei segnali forti del pericolo imminente). Le centinaia di jihadisti “europei” (immigrati naturalizzati o di seconda generazione), mujaheddin fondamentalisti, andati volontari a combattere lo jihad in Iraq, in Siria, in Libia, si stanno smobilitando e faranno a breve ritorno in Europa pronti ad eseguire gli ordini dei propri leader ideologici, califfi autoproclamati, terroristi fondamentalisti. Il rischio è reale, la minaccia è tangibile.

L’operazione Mare Nostrum ha fallito, nonostante i costi spropositati. Anziché limitare il flusso continuo di immigrati, la missione italiana ha contribuito ad aumentarlo; l’esatto opposto di ciò che sarebbe stato logico aspettarsi. L’Italia, lasciata da sola in prima linea dalla pigra spettatrice europea, non è più in grado di gestire questa immensa tragedia, umana, politica ed economica. Eppure…
Eppure prendiamo tempo, tempo che non abbiamo.

Oggi la Libia e completamente fuori controllo, divisa tra califfati, feudi tribali e personali, e con un immenso arsenale militare e umano fuori controllo. L’Italia deve intervenire, agire con responsabilità e consapevolezza. Lo deve fare sul piano diplomatico, su quello politico e, dunque, su quello della sicurezza attraverso lo strumento militare.
Sono gli stessi libici a chiederlo, e lo fanno nonostante gli Stati Uniti abbiano dato una delega in bianco (nella sostanza, sebbene non formalmente) agli alleati inglesi: uno schiaffo alla diplomazia italiana.

Dopo l’incontro di Roma appena concluso, a settembre sarà la volta del summit Nato: al primo punto in agenda la Libia e l’ipotesi di intervento militare diretto a sostegno delle autorità governative. Bene sarebbe se anche l’Unione Europea, prima ancora della Nato, si muovesse nella stessa direzione.
E l’Italia dovrà essere alla guida della missione multinazionale, a qualunque costo… poiché, in caso di assenza, avremmo tutto da perderci e nulla da guadagnare: una ragione strategica per assumere tale onere, nessuna scusa per non farlo.

*Analista strategico – Cross-cultural advisor

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