Andrea Peinetti 23 gennaio 2017
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Proseguiamo nelle nostre interviste ad autorevoli studiosi della vita politica italiana.

Oggi tocca al professor Alfonso Celotto, docente e scrittore italiano.

Da Wikipedia:

“Alfonso Celotto si è laureato in Giurisprudenza presso la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli” di Roma nel 1989, con 110/110 lode e dignità di pubblicazione. Successivamente, ha conseguito il Dottorato di ricerca in Diritto costituzionale e Diritto pubblico generale presso la Facoltà di Giurisprudenza de la Sapienza – Università di Roma.

Dal 1996 al 1999 è stato ricercatore di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi Roma Tre. Dal 1999 al 2001 è stato Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico nella Facoltà di Economia dell’Università degli studi di Foggia. Dal 2001 è Professore ordinario di Diritto costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza nell’Università degli studi Roma Tre[1].

Dal novembre 2012 al dicembre 2014 è presidente di Università telematica “Unitelma Sapienza”[2]. Insegna Diritto pubblico comparato nella Facoltà di Giurisprudenza della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli”[3].

È visiting professor della U.B.A. – Universidad de Buenos Aires[4], dell’Università di Varsavia[5] e dell’Università Mc Gill di Montreal[6].”

Anche a lui, rivolgiamo le nostre domande per capire come superare il problema della raccolta delle firme elettorali.

1

Il prof. Carlo Fusaro già nel 2008 affermava che “La faccenda delle sottoscrizioni per la presentazione delle liste di candidati alle elezioni politiche è ormai uno scandalo nazionale”? Lei cosa ne pensa?

Sicuramente la raccolta delle firme rappresenta uno strumento anacronistico. Ormai superato dall’evoluzione e dai tempi. Purtroppo gran parte dei partiti e delle liste usa mezzucci (il caso Cota in Piemonte è emblematico. Anche le liste Bresso avevano problemi di firme)

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Il malcostume “partitocratico” è quello che ha abolito anche il solo fastidio di raccogliere le firme per le proprie liste elettorali ai partiti o gruppi politici con una “presenza qualificata” in Parlamento? Non è altrettanto assurdo costringere alla raccolta di sottoscrizioni coloro che, in un dato momento, non si sentono in alcun modo rappresentati da chi già siede alle Camere?

il bonus per i partiti già presenti o collegati dimostra ulteriormente l’anacronismo. Così i partiti che già si sentono rappresentativi hanno trovato escamotage di legge per non raccogliere.

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Sul piano giuridico si è generalizzato il principio che, in ogni tipo di elezione, le candidature devono essere munite di una “dimostrazione in vita” dei suoi membri, di seria consistenza e di un minimo di consenso attestato dalla sottoscrizione di un numero determinato di elettori.

Ma è ragionevole che l’unico ostacolo alla polverizzazione delle liste possa essere rappresentato dalla “raccolta firme” … per coloro che dentro “il palazzo” non si sentono rappresentati?

La polverizzazione si combatte con le soglie di sbarramento

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Molti (?!?) in questi ultimi mesi, rincorrendo il tema, si affannano a dire la propria sulla “legge elettorale” ma pochi sono gli “addetti ai lavori” che si stanno occupando della questione “raccolta firme”? Cosa ne pensa di questo orientamento?

Perché la raccolta firme è un dettaglio. Oggi il problema principale è capire cosa convenga. Se un sistema che fa vincere qualcuno (tipo Mattarellum) o un sistema che rappresenti fedelmente l’elettorato, ma con problemi di governatibilità (proporzionale semplice) le soglie di sbarramento e in parte i premi di maggioranza possono essere soluzioni

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Il problema rappresentato dalla “raccolta firme” incide direttamente sulla possibilita stessa di presentare liste e quindi sull’offerta elettorale: e l’offerta elettorale condiziona ovviamente prima di tutto il voto e poi i risultati del voto.

Possibile mai che la “libera iniziativa” sia di fatto ostacolata da un siffatto genere di filtro che nulla ha a che vedere con la validità e l’autorevolezza del sistema della #rappresentanza?

Le firme rappresentano una dimostrazione di serietà dell’esistenza di un partito, di una lista. Del resto tutto il nostro sistema democratico è basato sulle firme popolari. Referendum, iniziativa legislativa popolare, finanche la petizione si basano sulla sottoscrizione dei cittadini elettori. Perché sono sistemi onesti quando la partecipazione era solo pensabile con la firma dell’individuo

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Parafrasando Deirdre McCloskey “la buona “politica” funziona come un buon mercato, non in modo anonimo e meccanico … ma attraverso la fiducia, il dialogo e la persuasione.

In questo momento il serio rischio per la #rappresentanza è quella di vedere seriamente condizionata l’offerta politica da un adempimento che fiducia dialogo e persuasione lo vedono più che sintetizzato, liofilizzato? Con quale utilità? Evitare una frammentazione che invece “legge elettorale” e “regolamenti parlamentari” hanno ripetutamente sacrificato sull’altare di scelte che da ben altri fattori sono influenzate.

Governabilità v rappresentanza.

Questo è il dilemma fondamentale. Fino al 1992 abbiamo votato con sistemi basati solo sulla rappresentanza. Del resto era un modello pensato nel 1946, quando i partiti maggiori avevano soltanto paura che vincesse l’altro. E quindi hanno indicato leggi proporzionali. Poi soprattutto negli anni 70 e 80 è emerso il problema di governabilità (frammentazione, fragilità) e così siamo passati a sistemi che favoriscono la governabilità (soglie di sbarramento, premi di maggioranza)

La Corte Costituzionale (sent. n.1 del 2014) ci ha ricordato che i premi sono incostituzionali. Ora dobbiamo vedere quali indicazioni darà la Corte Costituzionale rispetto all’Italicum e dopo come si comporterà il Parlamento.

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La struttura ed il sistema della rappresentanza che abbiamo ereditato dal dopoguerra non sono più degli individui ma, ed il sistema della “raccolta firme” docet, filtrata attraverso potenti ed anonime associazioni che organizzano le elezioni e ricevono una “delega in bianco” dagli elettori.

La crisi dello “Stato dei partiti” purtuttavia non è riuscita ancora a scalfire tale prassi perché?

La crisi dello Stato è molto più complicata. Il circuito della rappresentanza su cui si fonda la nostra Costituzione ha un fondamento ottocentesco. In un tipo di società completamente differente. E’ un sistema che ha potuto reggere fino a che esisteva la mediazione dei partiti. Scomparsi i partiti è cambiata anche di molto la società; con la globalizzazione e la diffusione della informazione elettronica. Oggi pretendere di governare mediante un sistema di rappresentanza elettorale ottocentesco è davvero fuori dai tempi in una società fondata sui telefonini.

Ecco la crisi della rappresentanza, la crisi dei partiti, la crisi dello Stato.

Pretendiamo di governare la società di oggi con un modello che andava bene 150 anni orsono. 

I nuovi corpi intermedi non riescono a colmare la lacuna. Occorre pensare a forme di democrazia elettronica o di tecnocrazia. Ma sono terreni difficili da arare.

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Prima di tutto spetta ai cittadini – elettori scegliere i parlamentari perché solo così torneranno a sentirsi davvero rappresentati, tutto il resto segue. Nel momento in cui, in #Parlamento, ci si sta rimettendo al lavoro sulla legge elettorale, credo che sia un promemoria necessario e prezioso” sono le parole pacate ed equilibrate del direttore del quotidiano Avvenire dott. Marco Tarquinio.

Noi dovremmo aggiungere … purché abbiano raccolto le firme! Perchè altrimenti per il #cittadino – #elettore non se ne fa nulla.

La sovranità appartiene al popolo. Occorre capire quali siano le forme costituzionali per esercitarla. Oggi occorrono nuove forme di democrazia diretta e di partecipazione altrimenti aumenta soltanto il malcontento e la protesta

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E’ possibile riuscire ancora a “spiegare” la ratio della previsione di un numero minimo di sottoscrittori per presentare una lista allo scopo di evitare una proliferazione di liste che non gioverebbe alla chiarezza della competizione elettorale “poiché non verrebbe assicurata la loro credibilità e affidabilità”.

Perché una “delega in bianco” ad una coalizione di persone / partiti e simboli che si riunisce soltanto ed esclusivamente in vista della competizione elettorale quale chiarezza dovrebbe … suggerire?

Ormai superata

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Alcuni disegni di legge o proposte di legge degli ultimi anni affrontano il nodo della “raccolta #firme” nella ricerca di formule atte a “estendere”
l’orizzonte di coloro che possono “autenticare” le firme (la variegata messe di soggetti autenticatori viene affermato in un disegno di legge in Senato).

Nessuno pare affrontare il problema della “raccolta firme” nella sua ragion d’essere, affrontando gli aspetti problematici che invece tale formula ha indotto accolta dal Nostro legislatore nell’immediato dopoguerra per evitare una proliferazione eccessiva di liste che non gioverebbe alla chiarezza della competizione elettorale?

Occorre pensare a nuovi modi di attestazione per legittimare altre liste.

1 thought on “Firme Elettorali – Intervista ad Alfonso Celotto

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