Andrea Peinetti 7 dicembre 2016
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La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora (Churchill)

Un sostanziale pareggio a tre è la fotografia della volontà popolare.

E questo nonostante i sogni più o meno cullati da alcuni che sperano di intestarsi la vittoria del NO al referendum o, peggio, la somma dei SI’.

Ma la situazione non è più la stessa e non stupisce che, ancora una volta, la politica non se ne accorga.

Se si riesce ad avere un minimo di contatto con la realtà, ci si accorge che la delusione data dal giovane Renzi e la sua parabola ormai discendente ha creato una frattura ben più profonda nella società.

Che è insoddisfatta nella sua parte che da lui si aspettava, da uomo di sinistra, la difesa e il miglioramento delle condizioni di chi allo Stato è abituato ad appoggiarsi, dalla larga parte di elettorato che vuole lavori sicuri, assistenza medica senza limiti, reti di protezione per i più deboli (categoria a cui tutti loro pensano di appartenere, qualunque sia il livello di reddito e di forza sociale).

Ed è insoddisfatta ancor di più nella parte che in lui aveva visto la possibilità di un rinnovamento reale delle modalità di convivenza, l’apertura verso forme più moderne di intraprendere, la capacità di utilizzare le grandi risorse del paese verso forme virtuose di gestione del bene pubblico.

Tutto questo non fa che alimentare una forma di rivolta, di diniego della politica come forma di governo incapace di affrontare e risolvere i nodi che la globalizzazione e la modernità hanno portato con sé.

Ma questa rivolta, che può essere facile preda dei vari populismi, illude chi la cavalca di riuscire a controllarla e infonde in alcuni la speranza di riuscire a conquistare il governo buttando facili slogan come fossero bistecche gettate a cani affamati.

Non ci si accorge che la parte produttiva del paese, quella che non dipende dalla generosità dello Stato, ma che ne è anzi vittima, quella che alimenta, pagando le tasse, il mostro burocratico che in cambio non fa altro che tentare di divorarlo, quella parte non è disponibile a salti nel vuoto.

Lo stesso referendum ne è la plastica rappresentazione: non è con proposte pasticciate e confuse che gli italiani si convincono ad aderire al cambiamento purchessia.

E, ancora una volta, come in tutta la storia patria, il cuore del problema sta nella destra.

Che non è mai riuscita, in tutta la storia dall’unità ad oggi, a smarcarsi dai facili populismi illusori, fatti di slogan e soluzioni semplici, ma dalla vita estremamente corta; che non ha saputo creare una cultura in grado di reggere il confronto con la sinistra; che non ha avuto mai il coraggio di portare fino in fondo le sue lotte per una società più giusta perché più libera, più forte perché meno protettiva.

Ancora una volta, abbiamo un’occasione davanti e starà a noi saperla cogliere o perderla.

Possiamo costruire una forza di centro destra che non ha paura di dire ciò che è da fare, che è in grado di focalizzare i problemi reali, che è in grado di intervenire per ridare fiato all’economia, che è in grado di togliere i veri privilegi senza togliere a chi ha bisogno, che non è preda delle ali estreme in grado solo di urlare proclami irrealizzabili.

E lo possiamo fare nel solo modo che conosciamo, quello che utilizziamo ogni giorno nelle nostre attività: con il lavoro e l’impegno costante, con in mente e nel cuore l’obiettivo chiaro di un paese migliore, più giusto, più libero.

Tocca a tutti noi, compreso a te, che stai leggendo e che senti la necessità di un rinnovamento che non porti con sé la distruzione dei valori in cui credi.

Unisciti a noi, diamo un futuro, una speranza, una visione al nostro paese.

Diamo Energia all’Italia.

 

 

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