Pubblico e Privato

Condividi le idee
Print Friendly, PDF & Email

download

Aprendo i giornali, tutti i giorni balzano evidenti ai nostri occhi i motivi per cui lo Stato è il peggior produttore di servizi per la società. Ovunque la produzione dei servizi è in mano allo Stato, c’è inefficienza, sprezzo dell’utente, corruzione, sprechi e sovente appropriazione indebita dei fondi pubblici (i quali, ricordiamo, non sono “pubblici”: sono invece del contribuente, che li ha prestati allo Stato per finanziare la solidarietà sociale).

Perché accettiamo tutto questo? Perché i cittadini sono fin da piccoli educati ad accettare le storture dello statalismo, a credere e sperare in un potere salvifico, quasi taumaturgico, dello Stato. Come diceva Isabel Paterson (1886 – 1961, giornalista, scrittrice e critica letteraria canadese), “Ogni sistema educativo controllato politicamente tenterà, prima o poi, di inculcare la dottrina della supremazia dello Stato, sia sotto forma di diritto divino dei re, sia come “volontà del popolo” nella “democrazia”. Una volta che tale dottrina sia stata accettata, diventa un compito sovraumano rompere la morsa del potere politico sulla vita del cittadino. Esso tiene in pugno la sua vita, le sue proprietà, la sua mente, fin dall’infanzia. Un sistema educativo obbligatorio e sovvenzionato con le tasse è il modello perfetto di uno Stato totalitario“.

Ma la consapevolezza di quanto lo Stato sia inadeguato nella produzione efficiente dei servizi è il primo passo verso la rottura di questa morsa inesorabile. Perché continuare a permettere che la maggior parte dei servizi di cui la comunità abbisogna vengano prodotti e forniti direttamente dallo Stato? Perché non lasciare che siano i cittadini stessi, riuniti in libere società ed associazioni private, a fornire questi servizi ?

Ci hanno abituati a demonizzare la produzione dei servizi di welfare da parte del privato, in quanto essi sarebbero guidati “dal profitto”. Certo, ogni iniziativa privata è guidata dal profitto: ma profitto vuol dire anche efficienza, rispetto dell’utente (perché altrimenti, in regime di libera concorrenza, può rivolgersi altrove), riduzione di sprechi e ruberie (che ovviamente diminuirebbero il profitto dell’imprenditore e quindi devono essere messe sotto controllo).

Io credo fermamente a quel principio libertario che raccomanda che il compito dello Stato, a tutti i diversi livelli di amministrazione, si limiti alla sfera delle istituzioni, della difesa, dell’ordine pubblico e della giustizia. Credo quindi che lo Stato dovrebbe lasciare alla libera iniziativa privata tutti quei settori dove si è insinuato prepotentemente: sanità, educazione ed altri servizi alla persona, alla famiglia e alle imprese. In questi ambiti, lo Stato dovrebbe:

  • cessare di essere fornitore in prima persona di questi servizi;
  • controllare il livello ed il rispetto della normativa dei servizi offerti dal settore privato;
  • garantire la concorrenza fra i soggetti privati che producono ed erogano i servizi;
  • sovvenzionare la fornitura dei medesimi ai cittadini meno abbienti, attuando il principio di solidarietà sociale e ridistribuzione del reddito.

Cessazione della produzione

Come abbiamo detto, lo Stato dovrebbe uscire da tutti i settori di fornitura di beni e servizi alla comunità, eccettuati quelli relativi alle istituzioni, la difesa, l’ordine pubblico e la giustizia. In particolare, in Italia, lo Stato dovrebbe uscire dalla sanità, dall’educazione, dai servizi postali, dalla televisione, dalla produzione di energia elettrica e dall’industria petrolifera, e dai trasporti ferroviari. L’Italia, oggi agli ultimi posti nell’indice delle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, potrebbe così risalire la classifica e avvicinarsi alle migliori e più efficienti economie europee liberalizzate, quali quelle del Regno Unito e dei Paesi Bassi.

Oltre ai vantaggi di maggiore efficienza, maggiore scelta data dalla concorrenza, e minori costi, la vendita ai privati di tutte queste attività oggi detenute dallo Stato porterebbe una grande quantità di denaro alle casse dello Stato, che dovrebbe essere proficuamente utilizzato per la riduzione dell’enorme debito pubblico italiano.

Controllo del livello

Certo, non è pensabile che i servizi, specie quelli che toccano i diritti primari della persona, quali la sanità e l’educazione, possano essere erogati senza controllo. Lo Stato, a nome e tutela dei cittadini, deve certificare che il livello qualitativo dei servizi offerti sia adeguato agli standard minimi richiesti, e che la produzione dei servizi sia effettuata nel massimo rispetto di tutte lenormative.

Garanzia della concorrenza

Il trasferimento al settore privato della produzione dei servizi deve sempre andare di pari passo con l’implementazione del massimo di concorrenza fra fornitori. Non si deve quindi passare da un monopolio pubblico ad uno privato, altrimenti si avrebbero tutti i difetti del pubblico senza avere i benefici del privato. Concorrenza vuol dire, come abbiamo già accennato, massimorispetto dell’utente (che è cliente e quindi, per definizione, “ha sempre ragione”), miglioramento continuo del livello dei servizi offerti e dell’efficienza della produzione, in modo da minimizzare i costi.
Lo Stato deve quindi garantire il massimo della concorrenza fra i diversi produttori, evitando la creazione di monopoli o cartelli che ne distruggano i benefici.

Sovvenzione della fornitura

Infine, ogni Stato moderno implementa i principi della solidarietà sociale, e della redistribuzionedel reddito mediante la riscossione delle tasse.
In base a questi principi, lo Stato deve quindi individuare quei servizi che debbano esseregarantiti a tutti i cittadini; il pagamento al produttore privato della fornitura di questi servizi deve essere quindi sovvenzionata dallo Stato, parzialmente o finanche totalmente, in modo da garantire che tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito, possano accedere ed usufruire di tali servizi.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*