Stalin, Secchia e l'organizzazione

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Diceva il compagno Acciaio, Iosif Džugašvili detto Stalin: “Quando la giusta linea politica è fissata, il lavoro d’organizzazione è ciò che decide di tutto, compresa la sorte della linea politica stessa, della sua realizzazione o del suo insuccesso.”

Dopo il primo periodo dell’autunno 2012, caratterizzato da grande unità ed entusiasmo – periodo che ormai è migrato fra i miti di FARE – dopo le ultime elezioni politiche il nostro partito si è progressivamente rinchiuso in un ghetto dorato. L’analisi dello strato sociale all’interno del quale FARE raccoglie la maggior parte dei propri aderenti e simpatizzanti ci porta a indicare un’area sociale di cultura medio-alta: professionisti, piccoli imprenditori, quadri; che si informano tramite internet, frequentano i social network, e si ritrovano in cerchie – abbastanza ristrette – di persone simili a loro. Qualcosa che ha portato taluni ad indicarci come un movimento di élite.

Occorre quindi trovare il metodo di uscire dal nostro ghetto e iniziare a raccogliere non solo consensi, ma soprattutto militanza; senza la quale un partito non può darsi un organizzazione, essere efficace, portare testimonianza delle proprie idee. Dobbiamo diventare un partito che organizza ed accoglie non solo una ristretta avanguardia della società, ma strati sempre più larghi di lavoratori, imprenditori ed intellettuali.

Da tante parti, anche oggi, si è sollevata la sollecitazione di “tornare in mezzo alla gente”. Personalmente, credo che le manifestazioni portino visibilità mediatica, raccolgano consensi; ma non siano adatte allo scopo di raccogliere, se non marginalmente, nuovi militanti. Per perseguire quest’ultimo scopo, dobbiamo invece guardare all’organizzazione.

Esistono due principi di organizzazione a cui dobbiamo guardare:

  • quella su base corporativa, basata sui comuni interessi ed obiettivi, normalmente a livello nazionale o sovranazionale;
  • quella su base territoriale, basata sui comuni obiettivi in ambito locale;

Nel recente passato, abbiamo senza dubbio perseguito soprattutto la prima, a base corporativa: battaglie ideali a livello economico e politico in ambito nazionale, contro gli sprechi e le ingiustizie perpetrate da questo stato a stampo socialista. Questo tipo di organizzazione, che porta i nostri aderenti a fare (tra virgolette) “proselitismo” fra i propri contatti personali in ambito professionale e di comuni interessi in ambito sociale, è sicuramente da continuare ad incentivare.

Ma, a mio modesto parere, dobbiamo anche andare a costruire una militanza su base strettamente e minutamente territoriale. Questo può essere perseguito solo tramite la costruzione di una rete di comitati (personalmente preferirei usare la parola “circoli”) estremamente granularizzata; l’ideale sarebbe la costituzione di un circolo in ogni paese e cittadina delle provincie, e – qualora possibile – uno per ciascuna circoscrizione nelle città più grandi.

Questi circoli potranno perseguire scopi molto più locali, facendo scendere le battaglie, basate sui nostri dieci punti, ad un livello molto più vicino alle persone. Questo ci porterà a:

  • raccogliere consenso, e si spera anche militanti, anche in aree sociali distanti dalla nostre preferenziali;
  • permetterci di fare esperienza politica, visto che la quasi totalità di noi non ha mai avuto esperienze precedenti di questo tipo.

Nella mia idea di organizzazione, i tre livelli hanno quindi compiti strettamente integrati e complementari:

Compito della direzione nazionale, sarà quindi quello di:

  • elaborare una declinazione a livello locale delle nostre idee e principi generali;
  • proporla ai circoli per la sua massima diffusione.

Compito delle varie direzioni regionali sarà quello di:

  • organizzare e mantenere la rete di confronto e di reciproco aiuto fra i circoli locali;
  • proporre loro tematiche a livello regionale.

Compito dei circoli sarà infine quello di:

  • proporre riunioni collettive su tematiche a livello strettamente locale;
  • sollecitare gli aderenti a coltivare i legami individuali in ambito locale per portare nuovi simpatizzanti all’interno dei circoli stessi.

Ho cominciato provocatoriamente il mio intervento con una frase di Stalin. Lo vorrei chiudere con un’altra frase, proveniente anch’esso da un’area politica che non potrebbe essere più lontana dalla nostra, ma alla quale dobbiamo riconoscere la capacità di aver saputo costruire, nel corso del novecento, una grande organizzazione ed una mirabile macchina di propaganda politica.

Diceva Pietro Secchia: “L’organizzazione non è fine a se stessa. Essa deve essere lo strumento più efficace per la realizzazione della politica del Partito, per la mobilitazione delle larghe masse popolari, per il raggiungimento degli obiettivi che di volta in volta il partito si pone. L’organizzazione non può e non dev’essere dunque concepita come cosa a sé stante, ma come uno strumento politico. Nulla si può realizzare, neppure la più semplice delle iniziative politiche se non per mezzo dell’organizzazione.

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