Andrea Peinetti 17 giugno 2016
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Narra la leggenda che i due paesi gemelli di Bogianen e Mandumaca si trovarono un giorno a dover scegliere il proprio futuro.

Dopo anni di stagnazione, le comunità erano allo stremo.

Anche se gli abitanti si erano sempre distinti per la gran voglia di fare e per le capacità straordinarie di sacrificio ed impegno, non era stato possibile riuscire a mantenere il lavoro per tutti.

Sia in una cittadina, sia nell’altra, da molti anni si era creata una situazione tale per cui solo pochi eletti, tutti amici e tutti concordi, si spartivano gli appalti, le poltrone chiave, le società pubbliche con cui concedere ai conoscenti lavori e favori.

Vere cittadine feudali, con i signorotti e alcune bande di delinquenti che imperversavano nelle periferie abbandonate.

La situazione, già difficile, si era ulteriormente aggravata quando erano giunti da paesi molto lontani, gruppi di sbandati in cerca di fortuna.

La scelta di organizzare una serie di spettacoli, importanti e raffinati, aveva avuto l’effetto contrario rispetto a quanto i ministri delle città avevano sperato: invece di distrarre la popolazione, il gran numero di spettatori giunti da ogni dove senza che le strutture cittadine fossero pronti ad accoglierli aveva acuito la sensazione di differenza e lontananza da parte di chi era troppo occupato ad unire il pranzo con la cena per dedicarsi alle attività ludiche.

Fu proprio in quel periodo, narra sempre la leggenda, che venne il giorno in cui si dovette scegliere il nuovo potestà delle città.

Si presentarono in tanti, persino troppi. Molti senza nessuna proposta reale, molti solo perché costretti, pochissimi con la voglia di combattere realmente per quel posto una volta prestigioso.

Chi proponeva di diminuire il taglio dei plenipotenziari, la suddivisione delle risorse in modo più giusto, il merito al posto delle conoscenze venne eliminato subito.

Rimasero in corsa due soli concorrenti e, come voleva lo statuto delle due città gemellate, il vincitore avrebbe governato su Bogianen, mentre lo sfidante avrebbe amministrato Mandumaca.

Il popolo delle due città era indeciso: lo sfidante più forte era lo stesso potestà che aveva governato fino a quel momento.

Scegliere lui voleva dire mantenere la situazione così com’era, anzi rafforzarla.

Naturalmente erano schierati per lui tutti coloro che facevano parte del gruppo degli amici e anche tutti quelli che, per vicinanza o per conoscenza, riuscivano a raccogliere qualche briciola lasciata cadere dal tavolo più ricco.

Siccome però negli ultimi anni le cose erano andate parecchio male, anche per l’egoismo e l’ingordigia di alcuni dei dignitari di corte, le tavole riccamente imbandite e i ricchi ricevimenti erano drasticamente calati, così come erano diminuiti ancor di più i piccoli avanzi lasciati al vicinato; e tutti avevano la sensazione, se non la certezza, che nel futuro sarebbe stato ancor peggio.

Il problema era l’altro sfidante. Presentatosi come il rappresentante del cambiamento, della rivoluzione, del nuovo, era riuscito ad ottenere una grande attenzione da parte di tutti.

Ma tutti si erano accorti che intorno a lui si era raggruppato un insieme di persone che premevano per un cambiamento che dava l’impressione di essere poco affidabile.

Invece di diminuire il peso dell’amministrazione che troppo aveva soffocato la città, proponevano un suo aumento.

Invece di proporre l’impegno per cambiare il volto delle città, grigie e buie appena fuori dai centri, promettevano il blocco completo dei lavori in cantiere.

Insomma, la popolazione era spaesata. Scegliere uno era pessimo, scegliere l’altro sembrava pericoloso.

Narra la leggenda che alla fine uno dei due prevalse.

Chi? Chiederete voi.

La leggenda non lo dice.

Ma uno guidò Bogianen, l’altro guidò Mandumaca.

Il vecchio amministratore guidò la sua città con la stessa logica della sua età: un lento ma inesorabile declino, che la fece ingrigire sempre più.

La popolazione, che comunque lo aveva scelto a maggioranza e quindi non poteva lamentarsi più di tanto, dovette subire ancora per molti anni l’imperversare di signorotti e di bravi più o meno arroganti.

Quando finalmente l’anziano potestà si ritirò si scatenò una feroce lotta per la sua successione che si concluse quando i contendenti si accorsero che non c’era più nulla per cui dividersi, visto che ormai la città era ridotta a brandelli.

Ma non fu troppo diverso neppure per il giovane amministratore dell’altra città.

Entrato trionfante negli edifici del Comune, si accorse ben presto della differenza tra i proclami e la necessità di amministrare una cittadina intera.

I consiglieri più esaltati furono allontanati, non prima di aver causato parecchi danni alle già vuote casse della città.

L’amministrazione cittadina, formatasi sotto il vecchio amministratore, si ribellò al nuovo facendo resistenza ad ogni cambiamento.

Dopo qualche anno di lotta, sfiancato dalle continue difficoltà, il giovane, a cui ormai i capelli si erano imbiancati, gettò la spugna e si dimise.

Dicono che al suo posto si presentarono e vinsero gli eredi di coloro che la volta prima erano stati lasciati a casa alle prime selezioni, quelli che proponevano meritocrazia, rispetto dei conti, taglio di prebende ed amici, legalità e repressione della criminalità.

Ma questa è già un’altra storia ….

 

 

 

 

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